domenica 16 febbraio 2014

Algeria 2013 - 2014

                       I dromedari ed i fucilieri di Timimoun


L'itineraio algerino

             Lasciata la valle de M'Zab ci dirigiamo verso la provincia di Adrar. Poco prima del tramonto ci fermiamo nella cittadina di El Menea, un anonimo agglomerato urbanistico un po' disordinato. Ci fermiamo all'auberge de jeunesse, pernottiamo nel suo parcheggio come qualche anno fa.


L'auberge de jeunesse

           Stamani c'è un tiepido sole ma l'aria è rigida. In albergo ci sono turisti locali, in maggioranza boy scout con i loro accompagnatori, vorrei fotografarli ma un pulmino si interpone tra il nostro camper e loro oscurandomi la visuale.
             Facciamo un piccolo giro in città per acquistare delle baguette e dei croissant, qui in Algeria sono ottimi come nella migliore tradizione francese. Troviamo la cittadina in un caos di auto, sabbia e polvere; cantieri ovunque che ne aumentano il disordine.
             Oggi abbiamo una vasta area da attraversare, circa quattrocento chilometri di deserto, la strada dovrebbe essere asfaltata o pseudo tale. Prima di lasciare El Menea dobbiamo fare il pieno di gasolio, per tutto il percorso non ci sono stazioni di servizio o approvvigionamento di carburante.
                All'uscita dell'abitato ci lasciamo alle spalle l'antica medina adagiata sopra una collina che domina la valle, noi la visitammo nel 2010. Nella pianura sottostante c'è l'antico cimitero (ancora in uso) che fotografiamo per documentazione.


L'antica medina o cittadella


Il cimitero adiacente all'oasi

            La strada prosegue fino al prossimo incrocio per Timimoun, qui troviamo un posto di blocco ma i militari ci fanno cenno di continuare. Fino ad oggi abbiamo trovato sia gendarmi che agenti di polizia di una gentilezza e disponibilità unica.
              I panorama ci è famigliare, spesso la carreggiata corre parallelamente ad altissime dune ad adeguata distanza per non essere ricoperta dalla sabbia stessa. A volte il paesaggio è piatto per oltre cinquanta chilometri, soltanto una sottile linea di asfalto scuro che si perde all'orizzonte.


Lunghe linee di asfalto

       Ogni tanto piccoli gruppi di dromedari pascolano pigramente, però quando ci fermiamo per fotografarli, alzano la testa e se ne vanno con il loro incedere sinuoso. Oggi siamo fortunati, un giovane esemplare non sembra spaventato, rimane fermo vicino al camper. Vittorio scende dal mezzo senza movimenti bruschi, tiene in mano dei cetrioli rivolti al dromedario e, questi gli si è avvicinato senza timore.


Il giovane dromedario non sembra spaventato.

             Io scatto foto a ripetizione, sono contenta, Vittorio ride perché anche un altro giovane esemplare si sta avvicinando, forse anche lui sente il profumo degli ortaggi. Sembra facciano a gara a chi spinge di più, sono entrambi buffi perché sembra che tengano sulle labbra due grossi sigari.


C'è chi reclama il suo boccone.


Sono animali simpaticissimi.

            Vittorio risale sul camper per prendere del pane duro che manteniamo per queste occasioni e torna a distribuirlo ai giovani animali che ne mangiano con avidità, quasi a spingerlo come per chiederne ancora.
             Seguito a scattare le foto e non penso a fare delle riprese video, comunque questi giovani animali ci hanno permesso di avvicinarli offrendoci un simpatico spettacolo. Non è la prima volta che qui in Algeria assistiamo a questi "incontri ravvicinati" ma per noi è sempre emozionante.
              Viaggiamo per diverse ore, manteniamo una media oraria molto bassa, tra le fermate per scattare le foto, il fondo stradale pessimo e le gincane per evitare le buche, sembra che non arriviamo mai a destinazione; ed allora ci torna in mente il vecchio "adagio" << lo vuoi il deserto?>>


Il manto stradale rovinato

               La strada che segue è piena di cavità di ogni dimensione, districarsi con continui slalom su questa "groviera stradale" non è facile. Verso le ore quattordici arriviamo a M'guiden, un luogo dimenticato da Dio (o come dice un nostro amico sacerdote, dimenticato dagli uomini).


Foto satellitare di M'Guiden

              M'Guiden è un piccolo villaggio che non risulta su nessuna carta geografica (N 29 31 09,9 - E 1  32 47,5). Oltre ad una decina di case, un posto di ristoro per camionisti ed un fortino di gendarmeria con il relativo posto di blocco, non esiste altro. Siamo al confine tra le province di Ghardaia ed Adrar.
                Approfittiamo della sosta per il pranzo, Vittorio scende per vedere se "nell'autogrill" c'è qualcosa da mangiare, poi torna sui suoi passi con due baguette e sorridendo dice: Oggi, affettiamo il nostro prosciutto, là dentro è peggio di una fucina da fabbro.
                  Appena riprendiamo la strada, i gendarmi di turno ci invitano ad andare negli uffici del fortino per far registrare il nostro passaggio. Gli uffici si trovano a circa trecento metri dalla statale e per arrivarci dobbiamo prendere una pista sconnessa. Mentre un agente registra i nostri passaporti sopra un enorme librone, notiamo una bimbetta bionda dalla carnagione chiara come la porcellana, che gioca negli uffici; è la figlia del comandante la guarnigione con il quale Vittorio ha scambiato qualche parola. A pensarci bene questo è un luogo poco adatto per una bimba, Il primo, seppur piccolo centro abitato e ad oltre duecento chilometri, forse è venuta a far visita al papà per le vacanze di fine anno.


La pista per il fortino.

            Ci siamo ricordati che qui nel 2010, un ufficiale del presidio ci aiutò a reperire del carburante, all'epoca non eravamo a conoscenza che in questi quattrocento chilometri non si trovavano pompe di benzina.
                 Oltre la sbarra, l'asfalto improvvisamente diventa liscio come un tavolo da bigliardo, speriamo che duri; a volte ci fa credere che il peggio sia finito ma poi, dopo pochi chilometri ci ritroviamo nel dissesto più completo.Il percorso scorre veloce, non c'è assolutamente traffico, pochissimi i camion, rarissime le auto; ci sono lunghissime fettucce di strada fino all'orizzonte che ricordano il film "Easy Rider".


Bellissimo paesaggio


         Abbiamo percorso poco più di cento chilometri di strada buona, poi sono tornate le buche, ma ormai siamo arrivati a Timimoun, sono le ore diciassette. La stanchezza inizia a farsi sentire, questa mattina siamo partiti molto presto. Prendiamo la via che ci porterà allo storico campeggio "la Palmeraie" speriamo di trovarlo aperto.


Arrivo a Timimoun

       Siamo stati in questa città diverse volte, tuttavia dalla fine degli anni '80 ad oggi questa "capitale del deserto" è cresciuta a dismisura, ma sempre con la sua bella architettura.

                                                                Timimoun


Timimoun è un antico centro carovaniero nel bel mezzo del Sahara, tutto intorno per centinaia di chilometri c’è soltanto deserto. Snodo vitale dove per secoli si sono incrociate le mercanzie, la cultura e le sorti di popolazioni di etnie differenti, una mescolanza arabo-africana  che vanno dai discendenti degli schiavi del mali dalla pelle scura, ai berberi del nord. 
                La cittadina è costruita in stile sudanese, con l’intonaco a squame
                di pesce di un colore rosso “vinaccia”, con decorazioni bianche 
                che ne risaltano l’eleganza. Lo Ksar ovvero la parte antica della 
                città è racchiusa da mura perimetrali ed è adagiata sopra  un
                “plateau” la cui sottostante “palmeraie” la proteggono dalle dune 
                 sabbiose.

 L'intonaco particolare di Timimoun

Una delle porte della città 

           Il campeggio c’è ancora ma è vuoto, nel suo interno l’anziano custode ci da il benvenuto e dopo una rapida contrattazione ci sistemiamo nel solito posto. Purtroppo lo trovo molto trascurato, veramente un peccato perché sistemato a dovere potrebbe essere un luogo bellissimo tra altissime palme e bouganville in fiore. 


Calmping la Palmaraie

         Subito fuori il camping, e sotto la falesia su cui è adagiata la città, un estesissimo palmeto si perde fino al confine fra cielo e terra. Sono passate da poco le ore diciotto ed un timido sole ci offre lo spettacolo del tramonto. Dalla caserma proprio di fronte al campeggio esce un gendarme e ci viene incontro, molto cortesemente ci avverte che questa zona è sotto il vincolo militare ed è vietato fotografare. Gli facciamo notare che non c’è nessun cartello di divieto, lui è desolato e ci dice che è proibito, poi si scusa ancora e ci saluta. Per fare le foto ci spostiamo affinché la caserma esca dal campo visivo della fotocamera. 


Tramonto sul palmeto

        Torniamo sul camper, io inizio ad aggiornare il mio diario mentre Vittorio passa le foto al computer per sceglierne qualcuna da inviare agli amici insieme alle impressioni di viaggio, ce ne sono di molto belle, ma vorremmo mandarne anche qualcuna per far vedere il percorso pieno di buche. La giornata sta volgendo al termine, giusto il tempo di cenare ed andare a dormire. Intanto nel campeggio dal rumore che si sente deve essere arrivato qualche altro cliente.
         Questa notte abbiamo dormito saporitamente, ed un poco di pioggia ci ha cullato ulteriormente. Tutto intorno c’è il silenzio più assoluto, nel cielo c’è ancora qualche nuvola grigia, ma con l’aurora si stanno colorando di un rosso acceso.


 L'aurora dopo la pioggia.

         Dopo colazione lasciamo la nostra postazione e ci addentriamo nell’abitato, ancora non abbiamo deciso se andare nella Sebka (antichi villaggi fortificati abbandonati) o rimanere in città.  Uno degli antichi accessi alla vecchia Timimoun sta proprio dietro l’area del campeggio. Le porte della medina sono archi intonacati di rosso, da dove partono le strade sabbiose che si snodano in piccoli ed ombrosi vicoli. Sulla via principale un folto gruppo di uomini indossano jellabiya bianchi, candidi come i loro copricapo, sono armati di vecchi fucili, mentre altri portano tamburi. Vedemmo una cosa del genere nel lontano ’89, allora si trattava della festa del “Mouloud” ovvero la nascita di Maometto.


Il corteo dei fucilieri.

        Vittorio torna in fretta nel campeggio per prendere la telecamera, io rimango vicino ai “fucilieri” insieme ad una piccola folla di gente locale; c’è anche una giovane coppia di turisti dalla carnagione chiara che parlano arabo, forse sono di Algeri.
I suonatori iniziano a “picchiare” sui tamburi mentre i fucilieri porgendo le mani in avanti a formare una conchiglia iniziano a pregare. Una preghiera propiziatoria prima di iniziare la manifestazione.


I suonatori aprono la sfilata

                                                                  Il Baroud

       Questo evento il Baroud, non è nient'altro che una cerimonia per acclamare ed accogliere un avvenimento di grande interesse come la natività del Profeta, la visita di una persona importante (un presidente od altro), oppure come questa volta, per le festività di fine anno.
        Il "barud" è una danza accompagnata da canti corali che culmina con colpi di fucile sparati in aria od in terra (i fucili sono armi antiche e non armi moderne).
       Si tratta di un gruppo di fucilieri che sfilano in parata nelle stradine sabbiose della città, scortati da suonatori di tamburo. Tutti insieme intonano canti ritmati e ripetitivi, ogni tanto si fermano e si dispongono in circolo; al centro quattro suonatori con passi sinuosi simulano un combattimento con altrettanti fucilieri, mentre gli altri cantano e danzano lentamente in tondo. Poi ad un preciso comando, puntano i vecchi schioppi verso terra e fanno fuoco (a salve) con grande fragore. Il tutto si ripete quattro, cinque volte fino ad arrivare in una piazzetta piena di gente.

La danza dei suonatori e fucilieri.

         Terminata la preghiera, iniziano la loro marcia con passo cadenzato intonando un canto. Non vedo arrivare Vittorio, non mi rendo conto che il camping non è poi tanto vicino. Nel frattempo il gruppo inizia a formare un cerchio, la danza continua incessante, interrotta soltanto da un grande “botto” e tanto fumo bianco.
        Lungo la via, le donne ed i bambini più piccoli assistono allo spettacolo dall’uscio di casa. I bambini più grandi affiancano i fucilieri cercando di imitarli, sono consapevoli che tra qualche anno anche loro entreranno a far parte attiva di questa antica tradizione. Vittorio è tornato ed inizia a riprendere le persone che  seguono il corteo che avanza con canti e batter di mani.


Le donne ed i bambini da una parte.

       Balli, canti e spari si ripetono varie volte. Ad ogni fermata il riarmo dei fucili ad avancarica con l’inserimento della polvere da sparo e stoppino diventa un rito, il tutto compattato con la bacchetta. Poi si riparte verso le prossime soste fino ad arrivare alla piazza più grande, la più importante del quartiere. La cornice è un quadro d’altri tempi, seduti in prima fila tanti anziani con i loro volti segnati dal tempo. Sicuramente anche loro un tempo hanno preso parte a queste cerimonie. Di fianco, ancora donne e bambini che attendono l’epilogo della festa.


Generazioni

      Arriva il corteo, i partecipanti iniziano a formare un grande circolo mentre alcune spettatrici emettono i caratteristici suoni con la bocca. Vittorio sale sopra un muretto per riprendere meglio la scena, io scatto le foto dal basso, speriamo vengano bene dato il continuo movimento dei personaggi.
          Iniziano le danze, i fucilieri hanno formato una corona che si muove lentamente in circolo, al centro si alternano suonatori ed altri danzatori, per lasciar posto poi al gran cerimoniere che con movimenti roteanti del suo fucile da gli ordini di preparazione per lo sparo finale.  Il frastuono è enorme ed il fumo investe tutta la piazza, per un attimo non si vede nulla ma con il dilatarsi della “foschia” si nota la soddisfazione di tutti i partecipanti.


 Riprese ravvicinate.


Lo sparo finale.

         Ancora una piccola riunione, tutti insieme per la preghiera finale di ringraziamento, tutto è andato bene, nessuno si è ferito.


Il ringraziamento.

      Oggi per noi è stata una giornata fortunata, inattesa ma tanto sperata. Tutto molto bello. Ieri i dromedari, oggi i fucilieri e domani? Speriamo ancora qualcosa di interessante.

       Per vedere il videoclip della festa   http://www.youtube.com/watch?v=ZkxoxOK0iUE


                                                                                              Anna Maria Rosati

lunedì 23 settembre 2013

                                         Bandar Abbas e Minab, (IRAN)
                                                 “la curiosa usanza”     
      Questo racconto di viaggio, ci condurrà nel profondo sud iraniano. Vogliamo raccontare di donne che hanno il volto coperto da una maschera multicolore. Il fenomeno riguarda quasi tutte le abitanti del golfo, ma il suo epicentro è nella cittadina di Minab.  

      Un itinerario famigliare

            Questa sera faremo sosta nella città di Bandar Abbas, abbiamo bisogno di carburante ed alcune derrate alimentari. A trenta chilometri dalla città davanti ad un alto massiccio montuoso, il cartello “Persian Gulf Highway” ci da il benvenuto. 

      Siamo quasi arrivati
            Siamo leggermente preoccupati per la mancanza di carburante, da circa trecento chilometri abbiamo incontrato soltanto distributori sprovvisti di gasolio, è incredibile per un paese che “galleggia” sull’oro nero. Si è appena accesa la spia della riserva, quando in lontananza notiamo una pompa di benzina, dobbiamo transitare sopra una strada sterrata per arrivarci. Una lunga fila di autotreni ci precedono con i loro serbatoi da mille litri.  I camionisti con un cenno di saluto ci fanno passare avanti, noi avevamo già pensato di passarci la notte; il loro gesto conferma l’ospitalità del popolo iraniano.
            Entriamo in città verso le diciannove, un lungo viale alberato ci condurrà in pieno centro ma noi prendiamo una strada laterale verso il mare dove sicuramente l’aria sarà più ventilata. Un ampio parcheggio davanti ad una smisurata spiaggia, ci sembra ottimo per trascorrere la notte.
            Il mattino seguente veniamo svegliati dal vociferare gioioso di alcuni bambini che giocano vicino al camper; anche loro con le loro famiglie, hanno dormito nel parcheggio dentro semplici tende che in questo Paese stanno prendendo piede da qualche anno.
            Ieri sera non ci eravamo accorti di un grosso mercantile “spiaggiato” ben dritto sull’arenile, dai primi sguardi dovrebbe essere accaduto da poco, chissà quale tempesta o guasto meccanico l’ha portato fin qui.

      Il mercantile arenato

         Scattiamo qualche istantanea prima di avventurarci per le strette vie del bazar. Tra profumi di spezie, tabacco e di frutta, ci inoltriamo per cercare le “neqâb” le caratteristiche mascherine che molte donne del luogo usano per nascondere il volto.

     Sotto la mascherina, un passamontagna.
          
     Le Neqâb, mascherine multicolori

Nessuno sa esattamente l’uso ed il perché di queste mascherine. Alcuni dicono che soltanto le musulmane più ortodosse le indossano, ma l’unica cosa certa è che non si tratta di un fatto religioso. Da alcuni cenni storici sembra che questa usanza risalga dai primi anni del XVI° secolo, con l’arrivo dei primi portoghesi nello stretto di Hormuz.
Quindi, la conclusione più probabile è che da quel periodo (oltre un secolo di occupazione), le donne si siano coperte per non farsi vedere dagli invasori.

            Davanti a noi si apre una grande ed animosissima piazza, vivaci commercianti di pesce reclamizzano a voce alta la loro mercanzia, tra di loro moltissime donne dalle coloratissime vesti ed alcune con la caratteristica mascherina. Adagiati sui banchi o sopra dei cartoni appoggiati in terra, diversi tipo di pesce di grossa taglia, spicca soprattutto il tonno rosso, grosse trance in fila fanno bella mostra di se. Ne approfittiamo per acquistarne un poco, lo mangeremo per cena. 

    Il mercato del pesce
            Cerchiamo di scattare qualche foto, una signora inquadrata da Vittorio inveisce contro di lui, non vuole essere ripresa; non sapevamo che da queste parti le donne specialmente se “mascherate” non vogliono essere fotografate. Cambieremo tattica, teleobiettivi o camere nascoste, il risultato sarà quasi lo stesso. Proseguiamo la visita in “ordine sparso”, io mi intrattengo con alcune ragazze mentre Vittorio molto discretamente prosegue con i suoi scatti.

     La signora, si è un poco arrabbiata

Scambio di saluti

            Le strade adiacenti si aprono con altre mercanzie, stoffe variopinte mosse dal vento danno un tono folkloristico allo scenario. Molti i commercianti, moltissimi gli acquirenti, le contrattazioni sono animatissime ma tutte con il sorriso sulle labbra. Ogni strada o viuzza ha la propri articoli, una sistemazione settoriale che probabilmente aiuta chi vuol fare compere senza fare giri inutili. 

I mille colori del bazar

            Entriamo in una piazzetta, qui è concentrata la vendita di verdure ed ortaggi in gran quantità. Devo dire che tutta la merce ha un bellissimo aspetto, e la freschezza è evidente; ne approfittiamo per comperare un po’ di pomodori. 

La venditrice di pomodori

            Ogni tanto veniamo avvicinati da alcune signore che molto discretamente ci chiedono qualcosa, dal loro abbigliamento e dal colore della pelle, si nota che non sono iraniane, vestono con colori vivaci dalle rifiniture in oro; dovrebbero essere pakistane o afgane scappate dal loro paese dalla guerra o dal terrorismo. Anche gli iraniani hanno i loro extracomunitari. 

Un sorriso accattivante

            Anche oggi la giornata è abbastanza calda, quando ci ritiriamo nel camper notiamo che diverse persone per trovare refrigerio, riposano all’ombra della nostra “casetta” e di un pullman poco distante.
            Durante il pranzo, con la finestra della “dinette” di fronte al mare, come da un grande televisore, guardiamo scene che per noi occidentali sono alquanto insolite, ragazze che si bagnano nel mare azzurro completamente vestite, poco più in là uomini e ragazzi in costume, mentre una coppietta vestita passeggia nell’acqua fino ai polpacci. 


            In Iran, non è possibile per uomini e donne fare il bagno insieme in costume, neanche i padri con le proprie figlie se non in tenera età; esistono stabilimenti balneari esclusivamente femminili, celati dall’esterno e, limitati dentro il mare con palificazioni ed altissimi teli colorati. 

 Sbarramento visivo

            Vittorio, anche lui vuole immergere le caviglie nell’acqua salata, io non ne ho voglia. Con questo caldo non mi va di rimettermi il “mantò” ed il fazzoletto, mi limiterò con la telecamera a riprendere alcune scene dal camper. Intere famiglie passeggiano sul bagnasciuga, le donne con chador leggeri portano i figli piccoli a fare il bagno, bagnandosi anch’esse. 

Una famiglia al mare

Nel tardo pomeriggio torniamo tra le vie del mercato, adesso la temperatura è più mite e si passeggia bene tra i piccoli negozi, la gente è sempre cordialissima, spesso si fermano a parlare con noi. Qui i viaggiatori sono rari, e di turisti nemmeno a parlarne.
La giornata è terminata, domani ci trasferiremo a Minab per il “panjshanbé bazar” ovvero il mercato del giovedì. In questo mercato settimanale confluiscono moltissimi abitanti dei paesi e dei villaggi vicini, è rinomato per la sua diversità di oggetti in vendita, dalle verdure al pesce, dai fiori finti alle motociclette usate.
Anche questa notte e trascorsa tranquilla, non abbiamo neanche sentito il richiamo alla preghiera del muezzin delle cinque. Appena consumata la colazione, lasceremo la città.
            Sul lungo viale che si porterà sulla statale, notiamo una sfavillante moschea ricoperta di maioliche color turchese. Scendiamo dal camper per scattare qualche foto, stando bene attenti a non riprendere un orrendo cavalcavia pedonale in ferro dipinto di rosso vicinissimo alla moschea. 

Una delle moschee di Bandar Abbas

            Tra noi ed il grande portale si è interposto un uomo, che in modo serioso ci ha domandato:
« Dine shoma chi ast? Mosalman hastid ya kattolico? » (Lei di che religione è? Musulmano o cattolico?). E Vittorio con altrettanta decisione ha risposto con il suo discreto persiano:
 « Man kattolico hastam va shoma mosalman hastid, mohem nist, baraye inke khoda yeki ast! » (Io sono cattolico e lei è musulmano, questo non è importante, perché Dio è Uno!
A questo punto a quella persona dall’aspetto austero gli è spuntato un gran sorriso, e ci ha accompagnato fin dentro la moschea. Brava Shiva (la nostra insegnante di farsi), quattro mesi di corso sono stati spesi bene.
            L’interno del tempio è ricoperto di coloratissime maioliche come la sua cupola, un vero capolavoro. Sul pavimento bellissimi tappeti dai motivi floreali che invitano alla preghiera. 

La cupola della moschea

            Ci lasciamo alle spalle Bandar Abbas e ci inoltriamo verso l’interno. Siamo a circa cento chilometri dalla cittadina di Minab, domani visiteremo il caratteristico mercato.
            Il traffico è moderato, ed il fondo stradale è buono. Dopo qualche chilometro il nostro cammino viene rallentato da un incidente stradale; c’è una persona distesa in terra ed una vettura vicino con il vetro rotto. Da sempre abbiamo avuto l’impressione che in Iran guidano veramente male.
            Arriviamo a Minab verso le quindici, la temperatura è abbastanza elevata e ci dirigiamo subito al “Turist Inn” un piccolo albergo immerso in un parco comunale. Un giardino pieno di fiori ed un intenso profumo di zagare. Siamo fortunati, la piazzola dell’anno scorso è libera, si trova in mezzo a quattro alberi che con i lunghi rami terranno la “casetta in fresco” per quello che sarà possibile. Il direttore ci viene incontro, si ricorda di noi ci saluta calorosamente dicendo che ci aspetterà questa sera alle ventuno per la cena. 

Il parcheggio al Turist Inn

            Apriamo tutte le finestre per arieggiare il camper, d’altra parte durante il trasferimento abbiamo trovato vento di sabbia per cui siamo stati costretti a viaggiare con i finestrini chiusi. L’aria condizionata in cabina non riesce a rinfrescare la cellula ed in marcia non è possibile far funzionare il condizionatore.
            Non appena la sistemazione è fatta, iniziamo un piccolo giro per la città in attesa della cena. In una via laterale ci imbattiamo il un piccolo mercato, deve essere un anticipo di quello che sarà domani. Anche questi punti vendita all’aperto rassomigliano ai tanti mercati che ci sono a queste latitudini; ma questi bazar sono sempre piacevoli, autentici, non turistici. È quasi l’ora del tramonto, ma ancora c’è luce per riprendere alcune istantanee. Per non creare problemi, non porteremo le grandi fotocamere un po’ ingombranti e difficili da camuffare, useremo soltanto la piccola nikon con il telecomando.
            Il terreno è cosparso di ghiaietto, e sopra di esso grandi stuoie e stoffe per accogliere le varie mercanzie. Eccetto qualche eccezione, i commercianti sono donne, quasi tutte con il volto coperto dalla mascherina da dove spuntano grandi occhi neri e penetranti. Sotto la maschera parte del viso è coperto come da un passamontagna, mi sembra pesante, una signora mi permette di toccarla e ne ho la certezza.

Occhi penetranti

            Anche qui la merce è varia, per lo più stoffe e vestiti, ma anche i casalinghi ed infine tanta frutta e verdura. Una donna in attesa di clienti fuma tranquillamente il suo narghilè,

Una "fumatina" in attesa avventori

            Il sole è tramontato, è l’ora di rientrare. Il giardino, con la leggera umidità della sera ha accentuato i suoi profumi.

Il parcheggio di notte

            Il mattino seguente accompagnati da un taxi arriviamo “panjshanbé bazar”, un vastissimo terreno dove sotto ombrelloni o precarie baracche di canne, venditori di tutto i paesi limitrofi si riuniscono per vendere i propri prodotti; la giornata è assolata e limpida, anche se ogni tanto una folata di vento alza del gran polverone.
            Anche se abbastanza presto, c’è già una grande affluenza di gente che va e viene, i primi banchi che incontriamo vendono fiori finti, nelle case iraniane ne abbiamo visti molti, poi un alternanza continua tra le merci più svariate; una lunga fila di stoffe brillano con  i loro ricami dorati. 

Le preziose stoffe

         Le venditrici ci guardano con i loro occhi profondi, non sapremo mai se la loro curiosità è superiore alla nostra.

Differente modo per coprirsi il volto

            Poco più avanti, i banchi si infittiscono come pure la moltitudine di persone che camminano nel bazar; incontro delle bambine mi faccio una foto con loro, poi due di esse mi permettono di fotografarle.

Si mettono in posa per noi

            La passeggiata continua e la confusione è molta. Ogni tanto con Vittorio ci perdiamo di vista, ognuno di noi è alla ricerca delle proprie inquadrature; ci siamo detti che il punto di ritrovo era vicino al muretto d’ingresso. Mi sento un po’ frastornata, forse anche per il caldo e la sete. C’è qualche venditore di bibite, sono dolcissime, cerco dell’acqua ma non la vendono; poco distanti delle signore si stanno dissetando da una cannella che esce dal terreno, ne approfitto anch’io.

Il caldo si fa sentire

            La parte del mercato più interessante a mio avviso è l’ortofrutticolo, il più colorato ed il più animato. Le contrattazioni si confondono con i richiami per reclamizzare i freschi prodotti della terra; c’è un gran fermento, ottimo soggetto da fotografare. 

C'è un gran fermento

            Vittorio, prima di tornare verso l’uscita del mercato, fotografa una venditrice di patate, si rivelerà uno scatto fortunato, perché quella foto successivamente, sarà premiata dalla F.A.O. aprendo come numero uno, una mostra fotografica internazionale indetta da questa istituzione.

La venditrice di patate

            E’ quasi l’ora di pranzo quando ci allontaniamo dal mercato, a piedi arriviamo ad una piazza dove c’è un telefono pubblico, vogliamo avere notizie dall’Italia. Anche sotto agli ombrosi portici, le bancarelle si susseguono.
            Un nuovo taxi ci riporta al Turist Inn, nelle vicinanze del camper c’è un piccolo parco giochi comunale, alcune bambine appena uscite da scuola ne approfittano gioiose.

Giochi semplici
            La visita a Minab è terminata, domani lasceremo il golfo persico. Altri luoghi interessanti ci attendono. Abbiamo saputo di una nuova strada che taglia in due uno dei deserti iraniani, per arrivare quasi al confine dell’Afganistan, E’ li che siamo diretti.


                                                                                             Anna Maria Rosati